“La finanza mondiale non ha un Governo” – Joseph Stiglitz

2 10 2008

Oggi, per lavoro, sono incappato in un piccolo articolo de “Il Sole 24 Ore” di oggi (pagina 9), che riporta un’intervista fatta a Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, economista e professore alla Columbia University di NY, riguardo alla tanto parlata crisi dei mercati finanziari, che sta letteralmente abbattendo il mondo economico mondiale. La cosa che mi ha colpito è come esordisce questo articolo: “La finanza mondiale non ha un Governo”. E’ una frase molto forte, che spinge a riflettere. Tuttavia, non ho intenzione di fare una specie di riassunto: sperando che la cosa non dia fastidio a quelli de Il Sole (sapete, col copyright in ballo non si è mai sicuri di niente),  voglio riportare qui proprio questa intervista, ad onor di cronaca, dato che la ritengo molto interessante. Mi limito a citarla testualmente. L’autore dell’articolo è Mario Margiocco.

Gli Stati Uniti sono in una preoccupante assenza di leadership, e gli elettori e il mondo aspettano risposte. Quanto durerà l’attesa?

Purtroppo questa crisi, già complicata e pesantissima, è caduta nel momento peggiore. A Washington c’è un presidente che è un’anatra morta, non un’anatra zoppa. Al Tesoro c’è un uomo di Wall Street, cosa che certamente non aiuta. Il Congresso è sotto elezioni. Credo che occorrerà aspettare la prossima amministrazione, a gennaio. Insomma, una combinazione infernale.

Ma i mercati e l’economia non aspettano.

Certamente approveranno qualcosa, qualche tipo di piano Paulson, entro i prossimi 2 giorni, a Washington. Ma questo non colma il vuoto di leadership, cosa che, ripeto, solo il prossimo presidente potrà fare.

Ma che prezzo pagano gli Stati Uniti, e il mondo, per l’attesa?

Non è possibile fare diversamente. Per gli Stati Uniti il prezzo è già altissimo e ci saranno anche a livello internazionale, come ruolo dell’America, conseguenze severe.

Quanto serve?

Ne esce indebolito il ruolo di leadership, nettamente. L’economia reale è ancora molto forte e non bisogna dimenticarselo. Il peso dell’economia americana, una volta ripulita dai guai finanziari, rimane tutto, e l’America continuerà ad essere un polo di innovazione. Ma finisce la possibilità di indicare agli altri come andrebbero fatte molte cose. Anzi, finisce l’arroganza con cui per troppo tempo si è predicato agli altri che cosa dovevano fare.

Che cosa resta del Washington consensus, della inevitabilità cioè e unicità delle ricette liberiste, come si diceva 15 anni fa… Tesi che lei ha sempre rifiutato?

Neppure l’ombra. Per me è sorprendente tuttavia come oggi ci siano degli economisti conservatori che sostengono che ad aggravare questa crisi ci sia stata troppa regulation e che si rifiutano di vedere come la causa sia stata un eccesso spaventoso di debito. Non si può avere questo approccio fideistico alla cultura del mercato.

Ma nelle prossime ore che cosa succederà?

Che qualcosa di simile al pacchetto Paulson verrà approvato. Servirà a gettare un sacco di soldi, qualche centinaio di miliardi, su Wall Street, e qualcuno di questi miliardi arriverà anche a Main Street.

Quale sarà in futuro il ruolo americano nella finanza internazionale?

Sarà che è finita la solita partecipazione didascalica americana ai G-8, che diventavano una conferenza americana. Bisognerà ascoltare di più gli altri. Anche perché per un po’ di tempo nessuno ascolterà più seriamente gli americani. Già stanno ridendo alle nostre spalle, quando riescono a sollevare la testa dai guai che si ritrovano, e se non dimostriamo di sapere raddrizzare la barca, cosa che potrà fare solo la prossima amministrazione, alla fine ci rideranno anche in faccia.

(Tratto da: Il Sole 24 Ore del 2 ottobre 2008, pag. 9)


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