Terra: Punto di non ritorno

29 03 2009

Dopo la giornata di ieri 28 marzo, “L’ora della Terra”, nella quale molte città del mondo hanno aderito spegnendo per un’ora le luci dei propri monumenti, vi propongo questo articolo che ho trovato, che fa molto riflettere sul problema del cambiamento climatico e fino a dove la nostra civiltà si sta spingendo…

Il cambiamento climatico è già oltre il punto di non ritorno. Impensabile invertirne l’andamento, almeno per i prossimi secoli, perché ciò che decideremo oggi potrà solo cercare di mitigarne gli effetti. Questo è il quadro, non certo allegro, che ha recentemente disegnato Susan Solomon, “chief scientist” del Noaa, la prestigiosa agenzia Usa per il monitoraggio degli oceani e dell’atmosfera. Un quadro che ribadisce l’importanza delle due aree polari e degli oceani nel regolare la complessa termodinamica della Terra. Questo gigantesco radiatore planetario sembra però ormai irreversibilmente messo in crisi dalle alte concentrazioni di CO2 nella nostra atmosfera.

Il nostro studio mostra che le scelte che si fanno oggi in termini di emissioni di CO2 avranno ricadute che cambieranno irreversibilmente la faccia del nostro Pianeta per almeno i prossimi mille anni“, sottolinea senza mezzi termini la scienziata statunitense, che è tra l’altro una delle figure di punta dell’Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici. Che la CO2 riversata in atmosfera può rimanervi per migliaia di anni è un fatto noto da tempo, ma i risultati di Solomon gettano una nuova luce sulle conseguenze a lungo termine. Lasciare che la concentrazione di anidride carbonica, cresciuta dalle 280 ppm (parti per milione) dell’inizio dell’era industriale alle 380 di oggi, arrivi fino a 480 o addirittura 600 ppm. In realtà questo processo è già ben visibile proprio nelle zone polari.

Insieme agli oceani, i ghiacci si riscaldano rallentando l’innalzamento di temperature, proprio come farebbe l’impianto di raffreddamento di un motore, ma mostrano la corda. Al punto che nei prossimi secoli gli oceani rischiano addirittura di ricominciare a lavorare in senso opposto, mantenendo il calore invece di raffreddare. Quanto rapide possano essere queste inversioni lo mostrano anche il continuo restringimento della banchisa artica che ha perso oltre il 30% di massa rispetto al 1979, ma anche gli ultimi dati provenienti dal Polo Sud. In “Nature”, Eric Steig ha finalmente chiarito il rompicapo delle temperature più fredde delle zone più interne dell’Antartide, in assoluta controtendenza rispetto a quello che sta succedendo nella Penisola antartica che si estende verso il Sudamerica.

Il raffreddamento, fino a poco tempo fa inspiegabile, sarebbe dovuto al cosiddetto “buco dell’ozono” che provoca dei venti occidentali circumpolari più forti sulla parete occidentale del continente. Un’ambiguità che era diventata un’argomentazione per gli scettici del cambiamento climatico e una spina nel fianco per i climatologi. L’analisi di Steig ha fatto tesoro dei dati rilevati dai satelliti, i quali stanno offrendo maggiori possibilità di analisi dei fenomeni e ha tagliato il nodo. La sua ricostruzione delle serie di temperature mostra invece che nell’ultimo mezzo secolo vi è stata una tendenza al riscaldamento non solo della Penisola Antartica, ma anche nella calotta Occidentale e in quella Orientale. “E’ un riscaldamento in linea con quanto avvenuto nel resto dell’emisfero meridionale (sottolineano gli esperti) difficile da spiegare senza un incremento della forzante solare associato all’aumento di concentrazione dei gas serra“.

Le tendenze future delle temperature sull’Antartide dipenderanno anche da come le variazioni di composizione dell’atmosfera influenzeranno la quantità di ghiaccio marino dell’emisfero australe e la circolazione atmosferica regionale, ma lo scenario, secondo Solomon, rischia di diventare letteralmente bollente. Lasciare che la CO2 nell’atmosfera aumenti ai ritmi attuali fino a livelli tra i 480 e i 600 ppm, sarebbe l’equivalente di infilare un cacciavite nel radiatore della propria auto. In meno di un secolo l’Europa meridionale, e quindi proprio la fascia mediterranea dove si trova anche l’Italia, vedrebbe una riduzione di precipitazioni e inaridimento a livello del Nord Africa, del Sud Ovest americano o dell’Ovest dell’Australia.

Uno scenario drammatico, per scongiurare il quale le tecnologie e le soluzioni disponibili oggi non sembrano certamente sufficienti, tanto più che il taglio delle emissioni continua ad incontrare una forte resistenza da parte di molti Paesi in questo momento di crisi. La proposta più radicale, ma anche più innovativa, è arrivata recentemente da James Lovelock, scienziato ambientalista ideatore dell’ipotesi “Gaia“, che propone di puntare sull’energia nucleare per i prossimi 20-30 anni mentre si sviluppano energie pulite di nuova generazione, ma soprattutto sottrarre CO2 dall’atmosfera su grande scala. Come? Con la tecnologia più vecchia del mondo, l’agricoltura. “La biosfera assorbe 550 gigatonnellate di CO2 ogni anno, mentre l’uomo è responsabile dell’emissione di circa 30 (ha spiegato lo scienziato). Basterebbe bruciare in assenza di ossigeno una quote di residui agricoli e forestali trasformandoli in carbone e seppellirli, per ridurre la CO2 nell’atmosfera senza sussidi e con effetti benefici per il terreno“.

Da  “Nova” 12/02/2009, “Il Sole 24 Ore”, articolo di Guido Romeo.


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